Si parla di uno scrittore argentino: Julio Cortazàr, di Gianpaolo Borghini

Per il mio intervento sul nuovissimo “Altre Letterature”, ho scelto di parlare di un autore non proprio contemporaneo e, spererei, nemmeno tanto sconosciuto. La mia scelta è caduta su di lui per tre motivi principali. Il primo è che intendo attirare la protezione di un nume tutelare potentissimo su questa bella iniziativa. La seconda è che ho un corposo debito di riconoscenza verso di lui, per avermi indicato una strada possibile per raccontare, qualcosa che già esisteva dentro di me, ma che non avrei avuto il coraggio di tirare fuori senza averlo incontrato. La terza è che, malgrado io non conosca i dati di vendita e di prestito bibliotecario dei suoi libri, così a sentimento, posso dire che ci sono scrittori che, pur non potendo contare che su frazioni delle sue capacità, vengono letti enormemente di più. Il fatto è che si tratta di un autore con una poetica fantastica non immediata, che richiede al lettore uno sforzo particolare, ampiamente ripagato se gli si dà fiducia fino in fondo, se si arriva a credergli. Il suo è un fantastico psicologico, basato sulla ricerca di qualcosa o sull’assenza di qualcos’altro, ma sempre nell’indefinitezza dell’oggetto.

Un manipolo di eroici lo amano fino all’idolatria, hanno letto tutto il pubblicato e sono disposti a sacrifici umani per un suo inedito finalmente tradotto in italiano, per altri, sempre in minoranza è solo il nome di uno scrittore, per il resto, la maggioranza, non è nulla. Ma come nulla sono tutti gli scrittori che si chiamano in modo un po’ esotico e distante, oltre ad una larga fetta di quelli di casa nostra.

In pratica vorrei che fosse molto di più che un autore per iniziati, perché questa è un po’ la mia impressione.

Lo scrittore in questione è Julio Cortazàr.

Cortazàr è uno scrittore argentino che più argentino non si può, a dispetto dei dati biografici che lo vedono nascere a Bruxelles il 26 agosto 1914 e morire a Parigi il 12 febbraio 1984. A Buenos Aires ha vissuto dal 1918, quando i genitori impiegati presso l’ambasciata argentina in Belgio sono potuti rientrare per la fine della prima guerra mondiale, al 1951, quando per contrasti con il regine di Juan Domingo Pèron, ha scelto l’esilio volontario a Parigi. Esilio diventato definitivo negli anni ‘70. Ma proprio dall’esilio parigino e quindi guadagnata una grande distanza fisica da Buenos Aires, che questa diventa il luogo ideale di Cortazàr. A Buenos Aires ha ambientato la quasi totalità delle sue storie e, mentre ha viaggiato per larga parte del mondo, lì è sempre stata la sua anima.

Julio Cortazàr è scrittore di racconti, ma a differenza del suo alter ego, o doppio speculare argentino, Jorge Luis Borges, ha scritto anche romanzi. Di cui il secondo, Rayuela (1963) – “Il gioco del mondo” nella traduzione italiana – è il suo capolavoro. Questo testo conta 525 pagine ed è composto di 155 capitoli, alcuni fatti di poche righe.

A conferma che il romanzo è stato composto per stratificazione in un lungo periodo di anni, di pezzi scritti in maniera casuale e poi accostati, l’autore consente due modi di leggerlo: il primo com’è stampato, dalla prima all’ultima pagina, escludendo l’ultima parte. Il secondo, invece, tenendo conto della sequenza in cui i capitoli sono stati scritti, in apparenza casuale e disordinata. Le due letture sortiscono risultati differenti. Ma oltre all’innovazione tecnica, proseguita con il romanzo successivo 62: modelo para amar (1968) – “Componibile 62” nella traduzione italiana – la grandezza di Rayuela sta nella disgregazione delle convenzioni di spazio e tempo. Il romanzo racconta infatti le vicende di Horacio Oliveira, sfaccendato studente argentino a Parigi nella prima parte e una volta tornato a Buenos Aires nella seconda. Poi c’è una terza parte fatta da scritti scartati, prevista solo nel caso di sequenza disordinata. Proprio questa sequenza è quella che crea la sospensione delle convenzioni di spazio e tempo, mischiando avvenimenti che accadono in tempi e luoghi differenti.

Se posso dare un consiglio personale Rayuela è da leggere prima normalmente e poi, qualche tempo dopo, seguendo la sequenza di Cortazàr: il risultato sarà spettacolare e avrete la sensazione di non aver letto lo stesso libro e in effetti sarà così.

Dicevamo di un Cortazàr autore principalmente di racconti, in quanto è proprio in questi dove l’invenzione fantastica, sempre finalizzata alla lettura della società e alla comprensione dell’uomo, raggiunge vette di originalità irraggiungibile.

Partendo da Bestiario (1951), dove lo scrittore tratteggia i vari quartieri di Buenos Aires, la varietà di figure umane che lì si muovono e introduce animali fantastici o invisibili, evocativi. A Storie di cronopios e fama (1962), in cui due famiglie paradossali e semiumane: i Conopios e i Fama appunto, si contrastano in una Buenos Aires allucinata e sconosciuta, mettendo in scena tutti i vizi umani. A Ottaedro (1974) in cui in otto racconti vengono trattati i sentimenti e le illusioni umane: l’amore, la morte, la realtà, il sogno. Passando attraverso Le armi segrete (1958), Il giro del giorno in ottanta mondi (1967) e a tanti altri racconti, Cortazàr affresca in modo inarrivabile la miseria della natura e dei vizi umani, in una lucidità allucinata nei rispetti della quale, ben pochi autori possono reggere un confronto.

Meriterebbe più di un accenno l’attivo impegno politico che tanto ha segnato l’esistenza e l’opera di Julio Cortazàr. Dal suo dissenso al peronismo, all’impegno per il movimento sandinista del Nicaragua, all’adesione alla causa della Revolucìon Cubana. Tutte viste in un’ottica di restituzione alla gente del continente latinoamericano. Tutte cause che, una dopo l’altra, hanno ceduto la loro carica ideologica o per fallimento o perché i movimenti sono diventati altro, rispetto a quello che li aveva ispirati. Tutte delusioni per Cortazàr per quelle lotte dove ha impegnato la sua opera e la sua figura di artista e personaggio pubblico.

Cortazàr è stato anche poeta e autore teatrale. Le sue opere sono state quasi tutte tradotte in italiano da Einaudi, ma anche altri editori come Alet, Voland, Derive Approdi, Guanda hanno diffuso i suoi testi nella nostra lingua.

Spero che quanto ho scritto su questa figura insostituibile della letteratura argentina e mondiale, possa generare attenzione e anche discussione. In quanto la tipologia del mezzo di pubblicazione non consente minimamente di esaurire un personaggio complesso e profondo come Julio Cortazàr. In pratica è richiesto l’impegno attivo del lettore per chiudere le falle, per puntualizzare, per scoprire il tanto che non ho detto.

Di seguito metto alcune note su di me, a vostro uso e consumo. Se non altro per permettervi di valutare se ho un titolo sufficiente a parlare di Cortazàr. Mi chiamo Gianpaolo Borghini e sono nato a Ferrara il 25 settembre 1968. Il giorno è lo stesso di Faulkner, Pontiggia e Ammaniti, lo segnalo perché spero significhi qualcosa, anche se sicuramente non significa niente. Ho pubblicato nel 2008 “Il tango dell’angelo perduto” con La Riflessione – Davide Zedda Editore di Cagliari, un romanzo così detto fantastico, sui desaparecidos e la dittatura militare argentina. La lettura del quale ha convinto Antonio Consoli a imbarcarmi in questo viaggio. Un altro romanzo che ho scritto “Il bambino dei miracoli” è in uscita con Giraldi Editore di Bologna. Ho pubblicato anche un paio di racconti in antologie, di cui uno “L’emigrante e il becchino” in “Nuove storie ferraresi” edita da Corbo Editore di Ferrara, come finalista del concorso letterario omonimo del Comune di Ferrara.

Per informazioni su di me: www.myspace.com/gianpaoloborghini


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